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Per un' Italia Liberale, Liberista, Libertaria_Costituente Liberale Nazionale
politica interna
15 luglio 2011
http://confcontribuenti.piemonte.over-blog.it/article-martino-i-tagli-alle-tasse-dimenticati-e-da-socialisti-stare-nel-pdl-non-ha-piu-senso-79500398.html

E
 A QUESTO PUNTO, AGGIUNGO IO, CHE LA RIVOLUZIONE, LIBERALE, QUELLA VERA, ABBIA INIZIO!!!

 .........


ROMA - «Anche le formiche nel loro piccolo si adirano».


«I tagli alle tasse dimenticati. È da socialisti» .

 

RIPRODUCIAMO UNA INTERESSANTA INTERVISTA USCITA SUL CORSERA DI QUESTA MATTINA AL GIA' MINISTRO ANTONIO MARTINO, UNO DEI PUNTI DI RIFERIMENTO DEI LIBERALI ITALIANI (quelli veri!). 

ASSOLUTAMENTE DA RIMARCARE QUANDO DICE, TESTUALE: 

<<Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso>>.

........

Da "Il Corriere della Sera" di venerdì 15 luglio 2011

L'INTERVISTA ad Antonio MARTINO.

L`ex ministro Martino: "gli unici liberali sono Galan e Crosetto" 

 

Non faccia il modesto, onorevole Antonio Martino. Lei è un ex ministro...

Cosa pensa di questa manovra, che ai parlamentari non toglie un euro?

 

«Questa storia che io farei parte dei ricchi, l`uno per cento della popolazione, non mi convince. Ho la stessa automobile, la stessa casa e la stessa moglie da moltissimi anni. Però mi chiedo che senso abbia tassare l`altro 99 per cento perché io possa avere gratis le medicine dal servizio sanitario nazionale».

 

La casta non paga dazio. La lobby degli avvocati parlamentari è riuscita a stoppare l`emendamento che aboliva esame di Stato e ordini professionali.


«1 gruppi organizzati hanno sempre la meglio sull`interesse generale. È una cosa tristissima, il governo ha fatto marcia indietro perché vive di consenso.

Ma le sembra giusto che chi ha lo yacht, la villa al mare e l`amante risulta più povero di me? Oppure che il meccanico, con le sue tasse, debba pagare l`università all`aspirante avvocato?».

 

Ma dove sono i liberali del Pdl?

 

«Sono appena stato da Berlusconi e gli ho detto che per me restare nel Pdl non ha più senso.

Sul mio blog i liberali veri mi dicono "lei che ci sta fare con un governo di pazzi socialisti?". I no- stri elettori sono furibondi. Gli unici liberali rimasti sono Galan e Crosetto.

Non sarà un caso se in questo governo i socialisti sono la maggioranza.

Sacconi, Brunetta...».

 

E Tremonti?

 

«Nega, ma è socialista pure lui. E dire che dal `94 Berlusconi ha combattuto tutte le campagne elettorali con coerenza, sulla base di un programma che prometteva di abbassare il carico fiscale. Invece non se ne è fatto nulla».

 

Più tasse, pensioni più leggere e rispunta anche il ticket...

 

«Questa manovra è l`ennesima porcheria, colpisce la povera gente e anche il popolo delle partite Iva. Avevamo promesso che gli avremmo abbassato le tasse e invece muoiono come le mosche. Tremonti crede che le spese discrezionali sono inutili, ma non è così. Se non si fa manutenzione agli elicotteri dell`esercito si rischia di uccídere qualche militare, come è succes- Si colpiscono la gente povera e le partite Iva Il problema e che abbiamo un sistema ~~ e assurdo Ex ministro Antonio Martino, 69 anni so in Francia».

 

Lei cosa avrebbe fatto, al posto di Tremonti?

 

«Il nostro problema è la normale fisiologia di un sistema sbagliato, non la patologia di un sistema sano da curare con la medicina annuale della manovra.

Abbiamo un sistema fiscale assurdo.

Ire, Ires e Irap fruttano il 14,6% del reddito nazionale, non sarebbe più sensata una sola aliquota del 20%? La colpa del mancato gettito non è tanto dell`evasione fiscale, ma di elusione ed erosione. Posso dire una cosa che mi provocherà molti nemici?».

 

La dica.

 

«Quando il genio di Sondrio aprì il suo studio di tributarista, solo nel primo anno fece erodere ai suoi clienti, in modo legale, base imponibile per 6oo miliardi di lire. Il che, tradotto in parcelle, vuol dire qualcosa come tre miliardi».

M.Gu.

politica estera
20 marzo 2011
Alcune domande da porre a tutti gli intraprendenti e volenterosi esportatori della ""pace"" con le armi...

DI: LUCA FUSARI

Togliamo subito ogni velo di ipocrisia e di idealismo liberal o neocon: l'intervento militare in Libia è completamente tardivo nei tempi e nei modi oltrechè sbagliato in quanto pericoloso nei suoi esiti e come precedente.
Esso è tardivo in quanto è stato deciso un mese dopo lo scoppio delle rivolte, quando la situazione sul campo nella guerra civile è già ampiamente compromessa per i rivoltosi.
Di fatto tale intervento è completamente divenuto obsoleto e maggiormente complicato da portare a termine visto l'andamento proprio della guerra civile.
Qualcuno mi vuole spiegare come si elimina solo dal cielo Gheddafi asseragliato nel suo bunker di Tripoli?.
Come lo si caccia dalla Libia?
Invadiamo via terra la Libia?.
Questo è il "segreto di Pulcinella" della missione tenuto ancora per il momento nascosto all'opinione pubblica almeno sino a quando quest'ultima non si sarà passivamente abituata quotidianamente al conflitto, solo allora verrà chiesto un ulteriore sforzo bellico via terra, che ovviamente non verrà negato dato che verrà illusoriamente definito come "decisivo per le sorti e la stabilizzazione del conflitto".
Peccato che lo stesso CLNT (Consiglio Libico Nazionale di Transizione, il governo di opposizione politica a Gheddafi con sede a Bengasi) sia contrario alla presenza di terra di truppe straniere, ergo se davvero siamo al servizio del popolo libico dovremmo in ragione di questo rispettare le sue indicazioni di aiuto e di soccorso.
Ma lo faremo veramente a conflitto già avviato?.
E sopratutto come si pacificano gli animi dei rivoltosi e dei lealisti al governo nel dopoguerra?.
Come impedire che dopo la risoluzione del conflitto i rivoltosi, presumibilmente, possano vendicarsi a loro volta sui fedeli di Gheddafi?.
Come si giungerà a stabilire la fine della guerra se di fatto i popoli della Tripolitania e della Cirenaica sono delle tribù legate ad un odio profondo e reciproco tra loro acuito anche da Gheddafi e dal suo dominio dispotico?
Qualcuno ha tenuto conto che queste due regioni si odiano e si odieranno a maggior ragione anche dopo il rais?.
Come si cercherà allora di far ragionare i clan pro-Gheddafi anche qualora il rais venga ucciso o catturato, al fine di evitare il ripetersi di un dopoguerra simile a quello iracheno?.
Si è già considerata la possibilità di una divisione della Libia o di un sistema confederativo quale suo inevitabile esito amministrativo?.
E' inoltre difficilmente risolutivo nel risultato tale intervento militare proprio perchè privo di una correlazione e di una partecipazione attiva delle forze rivoluzionarie al fine di modificare l'egemonia nel frattempo recuperata da Gheddafi in Libia sul territorio.
Queste ora si attendono che il "lavoro sporco" lo compia la NATO dato che essendo loro mal armate e in pratica allo stremo certo non possono essere una valida opzione sul terreno.
E' forse anche per tale motivo che da una dichiarata volontà di no-fly zone si è passati istantaneamente ad una guerra aperta come pare (non a caso) essere stata subito dichiarata dai vertici della NATO.
Può essere che i tempi dell'invasione via terra siano più ravvicinati del previsto.
Il ruolo stesso della NATO anche in questa occasione è forzato visto che non c'è alcuna aggressione ad uno Stato NATO nè alcun paese NATO coinvolto in tale conflitto.
E' sbagliata nei modi dato che sin dalle prime mosse francesi si è vista una certa spavalderia e spacconaggine improvvisata priva di analisi e addirittura di un raziocinio strategico funzionale allo smantellamento di quelle prime difese libiche funzionali all'avvio poi di una no-fly zone in accordo tra gli stessi volenterosi.
I francesi hanno invece iniziato i bombardamenti e gli attacchi ai convogli libici a casaccio, senza dare prima un segnale di avvertimento intimidatorio con bombardamenti su bersagli militari fissi e senza mettere neppure fuori uso quelle stesse difese della contraerea utili per mettere in sicurezza lo spazio aereo ed evitare possibili perdite nella coalizione (in primo luogo francese)!!.
Inoltre non mi pare siano state convenute procedure o forme di adeguata analisi per quanto riguarda la difesa di Lampedusa e della Sicilia in termini di radar o sistemi antimissili in caso di eventuali reazioni libiche, dovrebbe essere buona cosa prima di iniziare un conflitto quantomeno porre delle contromisure efficaci sul campo al fine di evitare ritorsioni.
Non mi pare però che si sia presa alcuna precauzione o preventiva adeguata contromisura difensiva.
Ma siamo sicuri che Gheddafi non possa resistere con la Tripolitania a lungo e mandare in giro nel Mediterraneo suoi kamikaze per aereoporti e stazioni come già avvenuto in passato..?.
Davvero qualcuno pensa che Gheddafi e i suoi mercenari stranieri dopo aver massacrato uomini e donne libiche possa tirarsi indietro di fronte alla minaccia militare NATO e degli (odiati) italiani?.
Crediamo davvero che Gheddafi minacci l'occidente (e l'Italia in primo luogo) senza avere ancora scorte di armi chimiche (iprite e armi batteriologiche non smantellate) e forse qualche missile di lunga gittata nei suoi armamenti comprato dalla Nord Korea o dall'Iran?.
Noi siamo certamente la nazione più a rischio viste anche le accuse di tradimento più volte rilanciate nelle settimane scorse come minaccie da parte del rais e dei suoi figli visto anche la rottura/inadempienza dei contenuti del famoso trattato d'amicizia (specie nel paragrafo 4) in precedenza sottoscritti e ora stralciati in modo goffo.
Nella frenesia guerrafondaia nazionalista post 17 marzo tutti non si stanno rendendo conto che di fatto non esiste alcun piano militare NATO nè alcuna analisi disponibile sul terreno libico circa l'organizzazione delle forze militari pro-Gheddafi e l'entità di queste dislocate sul territorio (per non parlare dell'opposizione e della sua resistenza armata sul terreno di Bengasi).
Tutti stanno strepitando ad una missione che di fatto non è umanitaria visti i tempi ormai tardivi e che certamente al fine di rendersi risolutiva è inevitabilmente di regime change e molto probabilmente visto che l'Occidente diffida del CLNT anche di Nation building e di occupazione inevitabile della Libia nelle prossime settimane o mesi.
E' un conflitto senza dubbio costoso sia in termini di possibili vite da ambedue le parti ma anche sul piano economico visto in particolare il nosto debito pubblico italiano astronomico e una guerra ancora aperta in Afghanistan non meno onerosa.
Non mi pare molto saggio tale ennesima avventura belligerante priva di un effettivo scopo preciso anche sul piano economico.
Seppur a differenza di Iraq e Afghanistan qua ci sia un popolo che ha mostrato chiaramente di ribellarsi al suo desposta, questo oltre ad essere quasi pressochè decimato è stato completamente bypassato dalle decisioni della riunione di Parigi, il CNLT ha chiesto solo una no fly zone ma l'obbiettivo della NATO pare non essere meramente di tale tipo..
Qualcuno mi vuole spiegare come mai la NATO debba intervenire come "poliziotta del mondo" al servizio dell'ONU (ovvero di tutti i Paesi del mondo, dittature comprese) in un ambito offensivo quando la sua funzione originaria era puramente difensiva all'interno del contesto euro-atlantico di alleanza tra paesi (con un possibile attacco solo qualora un membro abbia ricevuto una minaccia sensibile da parte di un paese straniero)?.
La Libia al momento non ha attaccato nessun paese NATO e la Libia non è membro della NATO.
Le conseguenze di tale missione possono andare storicamente dal modello Somalia a quello della crisi di Suez (anche lì con intervento franco-britannico) della prima guerra del golfo, a quello della Serbia-Kosovo e in caso di recrudescenze NATO anche di tipo afghano o della seconda guerra del golfo.
Certo il nome in codice scelto per la missione: "Odissea all'alba" non fa ben sperare sui tempi della missione e assenza di menzogne all'orizzonte...
Al momento è ancora presto per definire una possibile traiettoria del conflitto in analogia a uno di questi modelli certamente la domanda sorge spontanea: da quando una missione di guerra è una missione di pace?.
Da quando la pace si esporta con le bombe?.
Devo desumere che Giorgio Napolitano e altri politici idealisti e ""benpensanti"" preferiscano il detto orwelliano la "Pace è Guerra" desunto dal loro mondo ideale: quello del Grande Fratello.
Il fatto che la neolingua sia attiva è evidente per le analogie semantiche per cui negli anni scorsi si è esportato non la guerra ma la "democrazia" con le armi (tralascio ogni commento circa l'idiozia riguardante l'esportazione in un paese dittatoriale di un'altra forma di tirannia).
Ora però che siamo in un mondo intellettualmente colto, con obbiettivi pianificati e idealmente perseguibili, fatto di premi Nobel e di buoni propositi, la "pace" è ovviamente divenuta materia all'ordine del giorno di Pentagono e NATO, il tutto con l'avvallo enciclico del Consiglio di sicurezza ONU.
Ma da quando abbbiamo il governo mondiale ufficialmente operante?.
Qualche cittadino ha forse votato tale governo mondiale?.
Qualcuno mi spiega come mai gli Stati abbiano prontamente obbedito alla risoluzione Onu (decisa da loro stessi a livello esecutivo) senza aver prima votato nei loro rispettivi parlamenti competenti livello di sovranità nazionale l'autorizzazione al via libera alla missione?.
Da quando i singoli esecutivi nazionali obbediscono all'ONU anzichè ai loro parlamenti?.
Da quando una missione militare operativa fuori dalla propria Nazione a scopo offensivo (quindi di guerra) è legittima e legale in assenza di un voto del Parlamento nazionale?.
A mio parere nessuna nazione occidentale neppure la Germania per quanto riguarda la Libia è ragionevole dato che di fatto questa a fronte del suo nonintervento in Libia aumenterà il numero di truppe in Afghanistan (anzichè ritirarle), il che di fatto implica che l'Occidente ritiene di rimanere a lungo in Libia e che molto probabilmente verranno impiegati e dispiegati soldati e mezzi NATO provenienti da quell'altro scenario di guerra, in terreno libico.
Figuriamoci la posizione di certi politicanti italiani che certo libertari non sono, i quali pensano al petrolio (nonostante di fatto la produzione sia a rischio a causa di bombardamenti o danneggiamenti volontari da parte di Gheddafi) o tesi a voler mantenere rapporti di amicizia con questi al fine di ridurre i processi migratori in chiave elettorale sperando che l'aguzzino beduino li elimini prima lui dalla circolazione.
Qualcuno crede realmente che Bossi sia diventato improvvisamente libertario noninterventista sulla Libia? Come mai allora la Lega ha sempre votato per la missione in Iraq e Afghanistan?.
Qualcuno mi vuole spiegare come mai la sinistra che ama la Costituzione (la quale ripudia la guerra) si sia tutta quanta messa il casco militare e passeggi a passo dell'oca dietro all'italico tricolore?.
Qualcuno mi spiega che fine hanno fatto i pacifisti fricchettoni arcobaleno di sinistra da quando negli Usa sono tornati i Democrats al potere?.
Dov'è finito il loro ""senso di precauzione"" nei confronti della guerra?.
Qualcuno vuole spiegare a loro che di fatto Obama è entrato in guerra con portaerei, navi e sommergibili militari?.
Ma lo sanno che Obama è entrato in guerra senza autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti l'unico organo politico che può decidere sulla dichiarazione di guerra in un paese straniero (non l'Onu, visto che l'Onu non ha una sovranità data dal popolo americano ma solo diplomaticamente dai governi ergo sempre dal potere esecutivo) da parte della Nazione a stelle e strisce?.
Lo sanno che l'unica persona che ha ragione sulla Libia è un repubblicano libertarian conservatore congressista per il Texas, Ron Paul, il quale ritiene che per come si sta muovendo sul piano politico istituzionale, Obama di fatto è in continuità con l'epoca di Bush jr (vista la presenza alla difesa di Robert Gates) e financo di Bill Clinton (visto l'entourage clintoniano) con tutto ciò che ne conseguì in merito all'illegalità e illegittimità incostituzionale della guerra sul piano politico interno di consenso?.
Ma davvero qualcuno al governo pensa che si possano salvare gli interessi e gli investimenti libici nelle nostre corporazioni caldeggiando ai quattro venti prima un Trattato d'amicizia con Gheddafi, salvo poi sospenderlo momentaneamente in attesa della vittoria del rais, salvo poi romperlo dopo che la comunità internazionale ha deciso l'intervento militare in Libia?.
Pensiamo che i libici non se lo ricorderanno?.
E se Gheddafi dovesse resistere come resistette al bombardamento di Reagan, pensiamo davvero di poter tornare a fare affari con lui?.
Ma l'Italia anche in funzione della sua vicinanza strategica e di un passato coloniale in Libia alquanto poco virtuoso (di cui quest'anno ricorre peraltro il centenario) in quel Paese doveva proprio intervenire come membro attivo della coalizione multilaterale dei volenterosi?.
Quali interessi può indurre un governo che sino a poco tempo prima riteneva Gheddafi affidabile e amico a dichiarargli guerra?.
Quali interessi se non i pozzi di petrolio e i giacimenti di gas dell'Eni?.
Ma davvero l'Italia non poteva dare mero supporto logistico alla Nato senza usare propri mezzi entro l'intervento?.
Anzi, come mai l'Italia a differenza della Germania o dei suoi amici russi non ha deciso di astenersi dal supporto di tale missione anche a livello logistico?
Faccio notare come Malta (paese senz'altro più vicino alla Libia e avente anch'essa tutto l'interesse a veder finire gli sbarchi di immigrati) di fatto abbia deciso pur essendo membro NATO di non aderire alla coalizione e di non applicare la risoluzione ONU.
L'Italia a livello geostrategico poteva quindi analogamente non essere coinvolta direttamente nell'impresa franco-britannica.
Purtroppo dopo l'ennesima magra figura che il governo ha contribuito a creare con i suoi baciamani e cammellate varie, ora passiamo da un estremo di amicizia ad un altro.
Addirittura siamo disponibili a mandare soldati sul territorio sebbene non è possibile pensare a forme di interposizione a maggior ragionei visto anche il nostro passato che ci ritroviamo (non mi pare che i russi siano in Afghanistan nonostante la risoluzione ONU approvata visto la loro precedente fallimentare esperienza in loco nonostante).
L'Italia al di là degli interessi economici e politici internazionali avrebbe dovuto mantenere sin dall'inizio una certa neutralità evitando di ottemperare alla risoluzione Onu per una questione di opportunità e certo di cautela su un intervento che non si comprende nei suoi sviluppi.
Quella che si è venuta a formare è comunque una coalizione di politicanti con la coda di paglia e allo sbaraglio.
Obama alla regia manda portaerei in area ma nega l'evidenza dichiarando che non guida la coalizione per non far votare il Congresso la dichiarazione di guerra.
D'altronde gli Stati Uniti con George Bush jr e con Condoleeza Rice furono i primi a sdoganare in funzione antijihadista Gheddafi dopo l'11 settembre dandogli soldi e armamenti in cambio di uno smantellamento del programma nucleare e una maggior repressione sui possibili terroristi sul piano interno.
Sarkozy è stato finanziato elettoralmente da Gheddafi ed è ai minimi di consenso anche a destra, è quindi intento in tale opera di grandeur guerrafondaia al solo scopo di distrarre l'attenzione sul suo disastroso governo.
Cameron addirittura agisce in nome dei laburisti per nascondere quanto fatto da Brown (in merito al rilascio del terrorista della strage di Lockerbie in cambio della possibilità per BP di trivellare la costa libica per il petrolio).
Su Berlusconi presumo che abbiamo ben chiari i suoi atteggiamenti amichevoli tenuti (anche attraverso Frattini) sino a pochi giorni fa nei confronti di Gheddafi al fine di tutelare anche i suoi interessi economici personali con Gheddafi (Nessma tv ad esempio).
Tutti questi volenterosi sono personaggi talmente umanitari che hanno aspettato più di un mese per intervenire a difesa (retorica) dei libici attendendo che Gheddafi potesse prima riconquistare tutta la Cirenaica e proseguire l'eccido, il tutto al fine di giustificare il loro successivo "eroico" intervento.
Di fatto non hanno mai supportato o finanziato l'opposizione libica dall'esterno e anzi hanno auspicato cinicamente che lo stesso Gheddafi riducesse a zero l'impatto del CLNT sul territorio.
Tutto ciò allo scopo di favorire un ruolo di primo piano dell'Occidente-NATO e ovviamente per aumentare le difficoltà (leggasi spese e costi) sul terreno a livello strategico e militare.
Questo "provvido buonismo" messo in campo è naturalmente funzionale ad una logica di warfarismo keynesiano.
Dato che dalla no fly zone si è passati ai bombardamenti e attacchi di terra diretti senza attendere neppure uno studio attento e pianificato della situazione (qua abbiamo Stati che non pianificano ma che agiscono di impulso empatico, e non solo sulla Libia!) è evidente che si ritiene opportuno usare forme non certo invasive di intervento mirato, e certamente non si ha la minima intenzione di ridurre la spesa inerente i mezzi messi a disposizione (il che dimostra come Gheddafi sia tutt'altro che facilmente domabile).
Questo intervento è un pericoloso precedente dato che di fatto per le sue motivazioni implica che ogni Paese straniero agente contro i propri cittadini o delle minoranze etniche o politiche visibili di fatto è attaccabile dalla comunità internazionale.
Quindi di fatto è attaccabile ogni paese (del Terzo mondo) non presente stabilmente nel Consiglio di Sicurezza ONU ritenuto attaccabile in virtù di un suo non adempimento del rispetto dei diritti umani stabiliti dalla comunità internazionale sul piano interno o non avente un regime democratico o una sua statualità riconosciuta.
Ovviamente non la Cina, non la Russia e non gli stessi Usa dato il loro diritto di veto, anche se nulla impedisce di ritenere che tale discriminante non possa essere in futuro sospesa ponendo tali Paesi in analoghe situazioni belliche in caso di gravi rivolte popolari interne nel divenire (tese a delegittimare la sovranità sul territorio dello Stato e quindi del governo e del suo diritto di veto all'ONU).
Inoltre la presenza di paesi arabi all'interno della nuova coalizione dei volenterosi di fatto implica che Arabia Saudita e altri paesi non propriamente liberali e democratici parteciperanno certamente con finalità e scopi differenti da quelle della Nato legttimamente al conflitto.
Qualcuno mi spiega cosa succederà quando l'ONU deciderà analogamente alla Libia, in merito al Golfo Persico, nei casi di Yemen (dove un presidente sta sterminando i suoi oppositori sciiti e semplici sunniti) e in Bahrein (dove un sultano sunnita sta sterminando il popolo sciita manifestante contro di lui)?.
Saranno anch'essi attaccati dalla NATO al fine di salvare le loro popolazioni?.
Qualcuno mi spiega cosa succederà se l'Iran con le medesime nostre motivazioni attaccherà il Bahrein o lo Yemen al fine di tutelare le "minoranze" etniche in virtù di un profondo legame culturale religioso e forse anche politico?.
Con chi ci schiereremo se l'Iran attaccherà lo Yemen e il Bahrein (e quindi indirettamente l'Arabia Saudita) per ""fini umanitari"" allo scopo di aiutare tali popolazioni represse?.
Rischiamo paradossalmente o di trovarci alleati con l'Iran o addirittura tra due fuochi qualora intervenissimo in tale possibile conflitto sempre a scopo disinteressatamente umanitario.
Il problema però sarebbe analogo a quello della guerra Iraq-Iran, di fatto l'Occidente dovrebbe necessariamente supportare i sauditi ben sapendo però che questi finanziano il terrorismo internazionale della jihad globale.
L'Occidente rischia di dover partecipare a tale conflitto non solo in virtù dell'ombrello nei confronti di Israele (che potrebbe essere comunque coinvolto dalla follia iraniana più che da quella saudita quale incolpevole bersaglio) qualora vi fosse una resa dei conti su tutta la regione, ma anche per via delle sue forniture di petrolio in zona garantite dai sauditi.
I sauditi al pari degli iraniani qualora ne uscissero vincitori potrebbero non soltanto aumentare il loro peso politico nella pensiola arabica ma anche in tutto il resto del medioriente e in particolare nel nordafrica (forse anche in Egitto), Siria e Giordania mettendo in dubbio ogni possibile sviluppo futuro di tipo liberale e democratico nella regione.
Non vorrei che le boutade retoriche di Gheddafi sulla presa di potere dei fondamentalisti islamici dopo di lui paradossalmente si avverassero non tanto in merito alla popolazione libica ma alle spinte e forti pressioni che poi queste riceverebbero dai finanziamenti sauditi post-conflitto in termini di ricostruzione a partire dalla loro presenza sin dall'intervento militare a fianco dell'Occidente come loro giustificazione d'ingerenza e "biglietto da visita".
Si è tenuto conto che di fatto Libia e Arabia Saudita sono storicamente acerrime nemiche e attualmente tra i principali bacini concorrenti di gas e petrolio del mondo specie per l'Occidente?.
Come si può pensare a fronte di un'isteria antinuclearista dilagante in Occidente di poter crescere economicamente e fronteggiare la crisi se si avranno possibili problemi di approvvigionamento energetico?.
Qualcuno mi spiega come ci si possa alleare sul caso libico con i sauditi che in Bahrein stanno dando man forte con il proprio esercito alle repressioni del sultano sunnita locale nei confronti dei sciiti manifestati?
Quale sarà l'influenza saudita in Libia dopo tale sua interessata partecipazione alla missione di pace?
Qualcuno vuole anche andare a bombardare per le medesime ragioni umanitarie, a causa delle continue repressioni nei confronti dei loro rispettivi popoli, la Siria e anche l'Iran?
Pensate che ve lo permetteranno senza gravi conseguenze sul piano regionale?.
L'intervento libico non è solo un caso a sè ma un modello che può creare una serie di conflitti su scala regionale senza fine, tenendo conto anche delle minaccie fondamentaliste e delle ritorsioni possibili di un intervento occidentale sia nei confronti di Israele che delle fonti di approvigionamento energetico.
Personalmente ci andrei molto cauto con tale schema basato sull'interventismo "a scopo umanitario", dato che le situazioni non sono omogenee in medioriente e sono in continuo fluido movimento e di fatto tutto ciò implica un alto tasso di incoerenza nella sua adizione quale metro ideale nell'evitare a tutti i costi il massacro dall'esterno di popolazioni civili (ovviamente operando al contempo il regime change al vertice di tali Paesi).
Potrebbero esserci situazioni paradossali come quelle del golfo persico che certamente rischiano di mandare in corto tale schema anche tenendo presente la situazione iraniana e il quadro più generale della questione atomica in medioriente (ma non solo, dato che potrebbe valere per Paesi come il Pakistan (il quale ha l'atomica grazie al finanziamento del programma nucleare da parte dei sauditi).
Quindi l'Occidente e i suoi Paesi volenterosi hanno ben presente quale sia il limite di tale loro idealità?.
Si rendono conto che la loro giustificazione tardiva dell'intervento è una clamorosa e pericolosa menzogna su un piano più generale nel quadro mediorientale?.
Insomma la Libia è una schermaglia che certo rischia di creare molto probabilmente un pantano visti gli interessi compositi in loco e nella coalizione dei volenterosi; ma rischia anche di essere un precedente per un escalation della guerra in tutto il medioriente.
Di fatto un rischioso "gioco della torre" tra alleati e interessi provvisoriamente utili e utilizzati al fine di giustificare e difendere di volta le possibili innumerevoli missioni sino forse a quando tali costi non porteranno al default di sistema tali Paesi in analogia con quanto accade a suo tempo con l'URSS, oppure sino ad un conflitto generale di carattere mediorientale (molto probabilmente contro l'Iran) che porterebbe ad incontrollabili conseguenze di ordine anzitutto energetiche, militari e geopolitiche non preventivabili a tavolino.
..............
Un mare di contraddizioni, come sempre, nella politica estera dell'Italia e dei suoi alleati, Usa e Francia in primis. E anche i "Diritti Umani" possono così essere di serie A (Libia) o di serie B (Barhein), dove nulla si muove, malgrado l'intervento, addirittura, dell'Arabia, un paese straniero, contro i ribelli. Praticamente, ormai, a quelle latitudini non si capisce più nulle, non si sa chi lotti per la libertà o per la controrivoluzione, la reazione, la negazione dei diritti umani. Ma, e siamo alle solite, stiamo analizzando realtà che nulla hanno a che fare coi ns.principi, le ns.regole, il ns.mondo, quello occidentale. Non si possono paragonare le per con le mele. Da quì l'estrema difficoltà di giudizio. L'unica certezza: un intervento tardivo, che ci pone al rischio di pesanti rappresaglie del regime libico nei confronti degli stranieri in loco, italiani in primis (in Italia razzi nn ne arriveranno, non ne ha, dormite tranquilli), l'esplosione della bomba immigrati, e il grande caos sotto il cielo. Staremo a vedere!
<upl>

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politica interna
10 gennaio 2011
ITALIA. Così il nuovo Movimento di Berlusconi
Come anticipato da noi ieri su FB parrebbe che la montagna abbia partorito il Topolino.
Si chioamerà ITALIA il nuovo Movimento Berlusconiano, con una scelta del nome che, nella migliore delle ipotesi, nn può che lasciare perplessi. Mai si era visto prima d'ora il nome di un partito (che per sua stessa natura "divide") coincidere con quello di una nazione (che al contrario "unisce"!), per quanto la memoria non m'inganni.
Ma vediamo come l'agenzia dire.it riporta la notizia e, in antemprima assoluta il nuovo simbolo, salvo smentite, sempre possibili, conoscendo il Presidente Berlusconi.


"Italia". Semplice, diretto e, nelle intenzioni, incisivo. Sarebbe questo, secondo fonti ben informate del Pdl, il nuovo nome scelto da Silvio Berlusconi per far cambiare pelle al Popolo della libertà. Niente 'Popolari', quindi, ma un nome ancora più asciutto e lontano dalla sigle partitiche di cui il Cavaliere si dice stanco da tempo. Tant'è, raccontano da via dell'Umiltà, che tra i nomi scartati ci sia stato anche quello di "Viva l'Italia", per via dell'acronimo poco attraente di Vli.

Il nuovo simbolo -che l'agenzia Dire è in grado di pubblicare- non differisce di molto da quello attuale del Pdl: sfondo azzurro, un nastro tricolore nel mezzo, e la parola 'Italia' scritta grande, in bianco, nella parte superiore del cerchio. Sotto al tricolore, invece, la dicitura 'Berlusconi presidente'.

Il presidente del Consiglio, atteso mercoledì a Berlino per il vertice italo-tedesco, ha già visionato il nuovo simbolo del partito, e avrebbe dato il suo via libera al nuovo nome (Anb/ Dire).

10 gennaio 2010



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ECONOMIA
3 ottobre 2009
TOLTA L'"IRAP" SULLE AZIENDE. Dove, in Italia? NO, IN FRANCIA!
Da Oltralpe giungono notizie di una sensibile riduzione della pressione fiscale.

Il governo Sarkozy ha deciso di togliere l’Irap sulle aziende per un valore di 11,6 miliardi di euro.

L'Imposta regionale sulle attività produttive, nota anche con l'acronimo IRAP, è stata istituita con il decreto legislativo 15 dicembre 1997 n.446. È un'imposta di competenza Statale, nella sua applicazione più comune, colpisce il valore della produzione netto delle imprese ossia in termini generali il reddito prodotto al lordo dei costi per il personale e degli oneri e dei proventi di natura finanziaria.

la mossa francese ha messo in stato di agitazione il numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia, che teme una sparigliamento delle carte sul fronte della concorrenzza.
«Nel momento in cui si muovono Paesi nostri concorrenti come la Francia e la Germania il tema fiscale va posto all'attenzione del nostro Governo, perché c'è un problema di competitività e concorrenza», ha chiosato il presidente di via dell’Astronomia.

Il tema della riduzione fiscale, dunque, torna al centro del dibattito politico. Sulla spinta delle parti sociali, l’esecutivo è alla disperata ricerca di risorse per avviare una progressiva riduzione del carico fiscale su persone e imprese. La soluzione non è semplice visto l’enormità del nostro debito pubblica. Ma c’è anche la consapevolezza che solo attraverso il rilancio dei consumi interni, stimolato attraverso la leva fiscale, l’economia nostrana può realmente imboccare un percorso di crescita sostenuta.

E in ITALIA, quando?
Ecco, se anzichè trastullarci col "gossip".........!
.......

IRAP:

Sono soggetti all'Irap (art.3 D.Lgs. 446/97):

Società per azioni, Società a responsabilità limitata, Società in accomandita per azioni
Enti che hanno per oggetto esclusivo o principale l'esercizio di una attività commerciale
Amministrazioni pubbliche (Stato, Regioni, Province, Comuni, ecc.)
Enti non commerciali residenti
Società ed enti non residenti di qualsiasi tipo
Società in nome collettivo e Società in accomandita semplice
Persone fisiche esercenti attività commerciali o di lavoro autonomo
Produttori agricoli (solo se non esonerati)

Determinazione dell'imponibile
La base imponibile si determina in maniera differente a seconda che il soggetto passivo sia:

un'impresa commerciale;
un produttore agricolo;
un ente non commerciale o un ente pubblico;
una banca o un'assicurazione;
è da notare che, se il contribuente esercita attività differenti, la base imponibile su cui si applica l'aliquota è costituita solamente dalla somma di quelle positive. Ad esempio, se un contribuente ha una base imponibile di € 100.000 relativa a un'impresa commerciale ed è anche produttore agricolo con una base imponibile pari a € -20.000, l'aliquota sarà applicata a una base imponibile di € 100.000.

Imprese commerciali

La base imponibile è data dalla differenza tra le voci classificabili nel valore della produzione come definito nello schema di bilancio del Codice Civile e le voci classificabili nel costo della produzione dello stesso schema. Dal costo della produzione è necessario escludere il costo del personale dipendente, le perdite su crediti (anche se di natura estimativa, come accantonamenti e svalutazioni) e gli interessi eventualmente compresi all'interno dei canoni di leasing. I costi vanno considerati con le stesse regole di deduzione previste dalla normativa Irpef e Ires. In linea generale un costo non deducibile dal reddito ai fini Ires, ad esempio per una Srl, non sarà deducibile neppure dall'imponibile Irap. Vi sono tuttavia talune eccezioni, quali ad esempio l'Imposta Comunale sugli Immobili (ICI) che pur non essendo deducibili ai fini Ires mantengono la deducibilità ai fini IRAP.

Anche i soggetti non obbligati alla redazione del bilancio previsto dal Codice Civile (quindi snc, sas e imprese individuali con un volume d'affari inferiore a certi limiti) dovranno comunque riclassificare i propri costi e i propri ricavi in detto schema per determinare l'imponibile Irap.

Prodotti agricoli
La base imponibile si determina come differenza tra l'ammontare dei corrispettivi e l'ammontare degli acquisti effettuati per la produzione come risultano da quanto dichiarato nella dichiarazione Iva.

È possibile scegliere di determinare l'imponibile come previsto per le imprese commerciali.

I produttori agricoli esonerati dall'Iva sono altresì esclusi anche dall'Irap.

Enti non commerciali e pubblici È necessario operare due distinzioni. La prima in relazione alla tipologia di soggetto distinguendo tra Ente non commerciale od Amministrazione pubblica.

Enti non commerciali (Art. 10 D.Lgs.446/1997)
al comma 1 del citato articolo si precisa che l'imponibile è pari al totale dei compensi per lavoro dipendente, assimilato od autonomo occasionale, calcolato con il criterio della competenza (criterio retributivo). Al comma 2 si precisa che qualora l'ente svolga anche attività commerciale può applicare per questa il calcolo dell'imponibile proprio delle imprese commerciali (Art. 5 del citato decreto). La possibilità data dal comma 2, detta dell'IRAP commerciale, o dell'IRAP mista, si esplica mediante l'esercizio di un'opzione da porre in dichiarazione e permette di ottenere risparmi sulla parte retributiva
Amministrazioni pubbliche (Art. 10-bis D.Lgs. 446/1997)
vale la stessa cosa detta per gli enti non commerciali con la differenza che per l'IRAP retributiva il criterio per il calcolo dell'imponibile è quello di cassa. In questo caso è previsto uno specifico modello di dichiarazione (IRAP-AP).

Banche e assicurazioni
Le banche, le assicurazioni e altri tipi particolari di attività quali le società di intermediazione mobiliare (SIM) e le Sicav seguono norme particolari nella determinazione dell'imponibile.

Aliquota e calcolo dell'imposta
L'importo da versare si ottiene applicando alla base imponibile, detta Valore della Produzione Netta, un'aliquota secondo quanto previsto dall'Art.16 del Decreto Legislativo 446 del 1997. Questo articolo prevede al primo comma l'aliquota del 4,25% (modificata nel 2008 al 3.90%), al secondo l'aliquota differenziata dell'8,50% per le Amministrazioni pubbliche ed al terzo comma la possibilità di elevare o ridurre la prima aliquota fino ad un massimo dell'1%.

Negli ultimi anni sono state introdotte alcune forme di abbattimento della base imponibile per le micro imprese, per l'inserimento nel mercato del lavoro e per la ricerca sotto forma di deduzione.

Con la legge finanziaria per il 2005 è stata stabilita la possibilità per le Regioni di elevare l'aliquota ordinaria dell'1% in caso di sfondamento della spesa sanitaria. Tale possibilità è divenuta obbligo nella Finanziaria 2006 ed ha comportato l'aumento dell'aliquota ordinaria al 5,25% per l'Abruzzo, la Campania, il Lazio, il Molise e la Sicilia relativamente agli anticipi dell'IRAP del 2006.

Con la legge finanziaria 2007 nell'ambito degli interventi noti come riduzione del cuneo fiscale è stata introdotta la deduzione dall'imponibile dell'intero costo dei contributi assistenziali e previdenziali versati per i lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e di una deduzione di 5.000 euro, rapportata ad anno, per ogni lavoratore dipendente a tempo indeterminato impiegato nel periodo d'imposta. La deduzione decorre dal 1º febbraio 2007 nella misura del 50% e per l'intero ammontare a decorrere dal 1º luglio 2007. La deduzione potrà essere applicata con il primo acconto 2007 scadente il 18 giugno 2007 in quanto il decreto legge n. 67/2007 ha eliminato il vincolo dell'approvazione comunitaria. Ciò nonostante non sono del tutto esclusi vincoli di compatibilità con la normativa comunitaria sulla concorrenza, in particolare se le deduzioni non fossero estese agli operatori dei settori bancario, assicurativo e finanziario per il momento escluse dall'agevolazione (il Governo si è impegnato ad estendere la deduzioni anche a queste categorie), ma anche qualora venissero sollevate obiezioni su altri aspetti della nuova norma.

Con la legge finanziaria 2008 (Art. 1 comma 226) l'aliquota del 4,25 % è stata abbassata al 3,9 %. Per le Regioni che avevano adottato una diversa aliquota, essendosi avvalse della possibilità di cui all'Art. 16 comma 3 del D.Lgs. 446/1997, od essendo incorse nella misura richiamata sopra, relativa alla Finanziaria 2006, l'aliquota per il 2008 viene calcolata moltiplicando quella in vigore per il coefficiente 0,9176.

Modalità di versamento
Il periodo d'imposta è determinato con le stesse regole previste per le imposte sul reddito. Anche per le regole di dichiarazione e di versamento si seguono le stesse regole di Irpef e Ires.

Fino al periodo fiscale 2007 è necessario allegare il modello della dichiarazione Irap (Quadro IQ) al modello Unico; successivamente in ottemperanza al disposto dell'Art.1 comma 52 della Legge 244 del 2007 (Legge Finanziaria 2008) la dichiarazione non dovrà più essere presentata in forma unificata. Il versamento, per le imprese commerciali, dovrà essere effettuato tramite il modello F24, sezione regioni, in due rate, generalmente da effettuarsi entro il 16 giugno (modifica con decorrenza 1º maggio 2007, precedentemente era il 20 giugno) e il 30 novembre dell'anno di competenza. Il saldo andrà versato il 16 giugno (precedentemente era il 20 giugno) dell'anno successivo unitamente al primo acconto del periodo d'imposta in corso. È previsto per la rata del 16 giugno il versamento nei 30 giorni successivi con la maggiorazione dello 0,4%. Fanno eccezione al modello F24 le pubbliche amministrazioni che calcolano l'imponibile ai sensi dell'Art. 10-bis del D.Lgs.446/1997 che dal primo gennaio 2008 debbono utilizzare a tale scopo il modello F24-EP (Enti pubblici). Dal 14 marzo 2008 sono stati predisposti con la risoluzione n°98E i codici di versamento anche per la cosiddetta IRAP commerciale o mista, per quanto riguarda gli acconti ed il saldo. Precedentemente, fino al 31/12/2007 le pubbliche amministrazioni dovevano versare l'IRAP, sia quella Retributiva che quella Commerciale, utilizzando il modello 124T, essendo vietato per loro, l'utilizzo del modello F24. Conseguenza del divieto dell'utilizzo del modello F24 (diverso dall'F24-EP) per le pubbliche amministrazioni è l'impossibilità di fare compensazioni tra IRAP ed altre imposte.


Rimborso dell'imposta
L'Irap è indeducibile dalle imposte sui redditi. Diversi contribuenti avevano proposto ricorso contro i provvedimenti di diniego da parte dell'Agenzia delle Entrate dei rimborsi richiesti per le imposte dirette pagate in conseguenza dell'indeducibilità dell'Irap. Alcune Commissioni Tributarie avevano ritenuto che la norma in questione (art. 1 D.Lgs. 446/1997) poteva risultare illegittima per violazione del principio di capacità contributiva e rimesso gli atti alla Corte Costituzionale.

Nell'attesa del giudizio, è stato emanato il decreto legge n. 185/2008 (convertito dalla legge n. 2 del 2009) il quale dispone che è deducibile dalle imposte sul reddito una quota pari al 10% dell'Irap versata, qualora il contribuente abbia sostenuto costi del lavoro od oneri finanziari indeducibili. La norma agisce retroattivamente ed è quindi possibile presentare istanza di rimborso per la parte di imposta sul reddito pagata in eccesso, purché alla data del 29 novembre 2008 non fossero trascorsi 48 mesi dal versamento. Restano accoglibili, nei limiti indicati, le istanze di rimborso già presentate

La situazione può essere chiarita da un esempio numerico:

reddito 1000
imposte sul reddito Ires 275
Irap versata 100
In questo caso, ipotizzando che sussistano costi del lavoro od oneri finanziari indeducibili, il contribuente può dedurre il 10% di 100 ovvero 10. Ne consegue che:

reddito 990 (1000 - 10)
imposte sul reddito Ires 272,25
Come si vede l'imposta sul reddito è ridotta di 2,75: questo è l'importo da richiedere a rimborso. In sostanza occorre applicare al 10% dell'Irap versata, l'aliquota dell'imposta sul reddito vigente nell'anno. Qualora l'impresa sia in perdita, per effetto della deduzione potrà ottenere una maggiore perdita che, potrà portare in riduzione di altri redditi nell'anno o nei successivi secondo le norme ordinarie.


Cenni storici e critiche
L'Irap è stata istituita nell'ambito della riforma della finanza locale che ha tra l'altro istituito anche l'addizionale regionale Irpef. Con la sua istituzione sono stati soppressi l'Ilor (Imposta locale sui redditi), Iciap, imposta sul patrimonio netto delle imprese, tassa di concessione governativa sulla partita Iva, contributo per il servizio sanitario nazionale (tassa della salute), contributi per l'assicurazione obbligatoria contro la tubercolosi, contributo per l'assistenza di malattia ai pensionati, tassa di concessione comunale e la tosap.

L'imposta ha, sin dalla sua introduzione, suscitato notevoli polemiche. Questo in quanto, andando a colpire il reddito al lordo del costo del personale, grava in particolar modo su imprese ad alta intensità di manodopera riducendone la redditività. Inoltre l'Irap spesso viene pagata dalle imprese anche in presenza di una perdita di esercizio andando ulteriormente ad aggravarla.

L'imposta è stata oggetto di diverse critiche ed anche di alcuni ricorsi alla Corte Costituzionale per presunti vizi di costituzionalità. Ad oggi (ma alcuni ricorsi sono ancora pendenti), la Corte ha respinto tutte le censure dei ricorrenti. Particolarmente importante la sentenza 156 del 2001, nella quale la Corte respingendo diverse questioni di legittimità sull'Irap, ha individuato il presupposto dell'imposta nel valore aggiunto prodotto da attività autonomamente organizzate.[4] Alla pronuncia sono seguite decine di sentenze delle Commissioni Tributarie, confermate anche in Cassazione, tendenti ad escludere il pagamento dell'imposta e ad ammetterne il rimborso per i lavoratori autonomi privi di autonoma organizzazione. La stessa Agenzia delle Entrate ha accolto la tesi della necessità dell'autonoma organizzazione per i lavoratori autonomi, dando istruzioni agli uffici per l'abbandono del rilevante contenzioso in corso. In ogni caso, doveva proseguire il contenzioso nei confronti di taluni imprenditori (dal punto di vista fiscale), quali artigiani, agenti di commercio e promotori finanziari, che avevano avviato cause sostenendo anch'essi la mancanza di organizzazione. Secondo l'Agenzia delle Entrate, l'organizzazione è infatti elemento necessario dell'attività d'impresa svolta da questi soggetti. Le innumerevoli sentenze in materia di autonoma organizzazione hanno ormai fissato due principi, la cui prova deve essere fornita dal contribuente:

non devono essere presenti lavoratori dipendenti o collaboratori;
i beni strumentali devono limitarsi al minimo indispensabile per l'attività svolta.
Recentemente, la Cassazione ha sostenuto l'applicabilità del concetto di autonoma organizzazione, anche ad agenti di commercio e promotori finanziari. Secondo la Corte è infatti irrilevante il fatto che tali attività ai fini delle imposte sul reddito siano qualificate come redditi d'impresa, ben potendo le stesse essere svolte anche senza organizzazione. Il punto però è ancora controverso.

Un altro intervento contro l'Irap è stato effettuato presso la Corte di Giustizia dell'Unione Europea che è stata chiamata a decidere se tale tributo fosse in realtà un duplicato dell'Iva, come da parere dell'ormai famoso avvocato Jacobs. Tuttavia, il ricorso è stato respinto: in data 3 ottobre 2006 la Corte ha dichiarato la compatibilità dell'IRAP col diritto comunitario (sentenza 82/2006).

(Nota: Le informazioni riportate, specialmente quelle di carattere tecnico (aliquote e modalità di calcolo versamento), possono essere oggetto di modifiche anche radicali con l'evoluzione della normativa).




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politica interna
8 agosto 2009
LETTERA APERTA AL SEN. PAOLO GUZE SE L'ITALIA NON FOSSE UN PAESE "NORMALE"?
LETTERA APERTA A PAOLO GUZZANTI E AGLI AMICI LIBERALI,
A COMMENTO DELLE ULTIME DICHIARAZIONE DEL VICESEGRETARIO DEL PLI E SENATORE DELLA REPUBBLICA ITALIANA.
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Caro Paolo, amiche e amici Liberali,
il nostro è sempre più uno strano paese.
Abbiamo un Presidente del Consiglio cui piacciono lebelle donne, che ama incontrarle, riceverle nelle sue dimore e si vanta pure, da "maschio latino" di tutto ciò.
Ma non mi pare che in Italia tale comportamento sia vietato. Io a casa mia porto chi voglio e i miei comportamente, laddove non violino il Codice Penale, riguardano o dovrebbero riguardare solo me e, se ce l'ho, la mia famiglia.
Per BERLUSCONI è diverso, tale comportamento è riprovevole e non s'ha da fare. Ma perchè ciò che può fare un comune mortale, lui no, lui non può? Certo che se poi queste belle donne hanno la via spianata per essere candidate/nominate al Parlamento e giù, giù per le altre assemblee elettive, beh, allora forse il discorso cambia e, caro PAOLO fai benissimo a porti il problema della "mignottocrazia" nel paese.
E comunque non credo che l'essere "mignotte", in senso buono, del termine, significhi autonomaticamente di avere la segatura in testa al posto del cervello, anzi. Nulla vieta ad una bella donna di essere colta, istruita e di valere più di un uomo.
Ciò detto e prmesso, mi piacerebbe giudicare l'operato del presidente del Consiglio, sugli Atti politici presi in ragione del suo ruolo, e te lo dico da LIBERALE.
I bacchettoni, falsi moralisti, lasciamo siano altri (e anche quì, senza fare nomi di esponenti dell'opposizione gettatisi a pesce sulla vicenda, chi è senza peccato, scgli la prima pietra, chi ha avuto un comportamentnto finora irreprensibile, secondo la dottrina della chiesa, alzi la mano!), a farlo, no isiamo, ripeto LIBERALI. A noi non devono interessare i "vizi privati" ma le "pubbliche virtù".
E, comunque, come già scritto, se BERLUSCONI dicesse e facesse qualcosa di LIBERALE, o un po' più di LIBERALE ne saremmo davvero felici.
C'è una RIVOLUZIONE LIBERALE (quella del 1994) da completare e da riprendere con tutte le forze.
Dall'altro lato della barricata abbiamo una opposizione davvero deprimente, se nza uno straccio di programma alternativo, che passa le proprie giornate ad insultare chi Governa il paese, perchè qualcuno l'ha votato (il popolo non può essere "sovrano" solo quando fa comodo), un opposizione il cui unico punto programmatico è l'odio verso Berlusconi e tutto ciò che rappresenta: la capacità imprenditoriale, il successo, il non arrendersi mai, il guardare in positivo. Tutto ciò che in un paese dove regna la "mediocrità" non può che destare sospetto, livore, avversione.
E dunque, giù insulti, a chi, nel bene e nel male comunque rappresenta il paese, il nostro paese.
Dunque, caro Paolo, un gran bel paese il nostro, assolutamente "a-normale" per le ragioni sopra esposte.
E allora, a questo punto, se cominciassimo veramente a farla la RIVOLUZIONE ITALIANA, la RIVOLUZIONE LIBERALE?
Ciò che hanno fatto o faranno Berlusconi, Sircana, Franceschini, Bersani, Di Pietro....non me ne può fregare di meno. Non ce ne deve fregare di meno, al pari dei gusti sessuali dell'ex ministro del Governo Prodi, Sircana.
Cominciamo a parlare alla gente di ciò che vorremmo fare noi, se fossimo al Governo, di ciò che questo Governo, se fosse un Governo LIBERALE al 100% potrebbe o dovrebbe fare, in un Paese finalmente Normale e LIBERALE.
Le chiacchere, le polemiche, gli insulti, la vita "privata" guardata come novelli guardoni "morbosi" dal buco della serratura,o resa pubblica da scatti rubaiti, e quasi proibiti, lasciamoli a chi LIBERALE non è.
Noi abbiamo uno stile, una storia, un passato. Certe cose non ci appartengono.
Lavoriamo per davvero, con chi ci stà, per la Nuova Italia Libera. Il prossimo anno, le REGIONALI. Cominciamo a parlare di ciò, ad impegnarsi sul territorio, a contattare le categorie, le partite IVA.
Diventiamo per davvero la Voce della Gente, la voce della Maggioranza Silenziosa, la voce delle Partite IVA. Meno FISCO più LIBERTA'. Meno STATO, più IMPRESA, Meno IMPRESA più INDIVIDUO. Queste le nostre parole d'ordine, di Rivoluzionari per la Libertà.
Un caro e forte abbraccio a tutti gli amici LIBERALI e a Paolo GUZZANTI volutamente "provocatore" quel tanto che basta, grazie al quale ogni giorno riscopriamo il gusto di dibattere e di essere Uomini Liberi.
politica interna
22 maggio 2009
In difesa di Berlusconi
di Vittorio Lussana

(articolo tratto dal sito web www.periodicoitaliano.info)

Mi dispiace di dover andare ‘controcorrente’ questa volta, ma non mi trovo del tutto convinto che sia una buona cosa innescare una serie di polemiche contro Silvio Berlusconi che poco o nulla hanno a che vedere con la vera politica, in particolar modo durante una campagna elettorale per il rinnovo del parlamento europeo. Chi mi conosce, sa che politicamente condivido ben poco dell’attuale presidente del Consiglio e del suo Pdl. Nonostante ciò, gradirei che il fronte progressista italiano riuscisse a vincere una competizione politica qualsiasi senza ‘aiutini’, convincendo semplicemente una buona parte degli italiani intorno alla bontà del proprio progetto politico. Una campagna elettorale passata a sentire una sequela interminabile di stupidaggini come questa volta, ancora non l’avevo mai vissuta: prima la vicenda di ‘sta ‘benedetta’ Noemi, poi le motivazioni della sentenza sul caso Mills, dopo ancora la messa in discussione del ‘lodo Alfano’, il quale, tra l’altro, congela solamente i procedimenti giudiziari, mica li annulla del tutto! Cosa dobbiamo ancora sentire da qui al 7 giugno? Che Berlusconi si guarda i ‘pornazzi’ sul computer di palazzo Chigi? Che Bonaiuti si è fumato un ‘cannone’ a sei cartine ascoltando Bob Marley a tutto volume? Che la Prestigiacomo, alla sera, va in discoteca a ballare sui ‘cubi’? Ma che due ‘palle’, ragazzi: quest’anno me le avete veramente ‘gonfiate’ a dismisura. Bisognava parlare di Europa, di future politiche continentali tipo la questione di una difesa comune, di una Carta costituzionale Ue da rivedere, di un’Unione che possa giungere, in un domani non troppo lontano, a diventare una grande federazione unitaria di popoli: gli Stati Uniti d’Europa. E invece no: ci siamo dovuti ‘beccare’ una serie interminabile di discussioni intorno a emerite ‘scempiaggini’, pontificate con aria seria e risoluta da tutti, come se si stessero trattando questioni fondamentali. Questa politica la farete voi, Franceschini e Di Pietro, non certo io! Può darsi che Berlusconi sia ormai sul viale del tramonto. Ma di certo mi garberebbe di più contestargli come sia costretto a dichiarare la propria contrarietà ad una società multietnica per blandire la Lega, piuttosto che gli piaccia la ‘gnocca’! Ma veramente a sinistra si pensa di poterlo sconfiggere col moralismo ‘bacchettone’ e tradizionalista? Rimane pur vero che una cultura ‘libertaria’ non corrisponda, nei fatti, a dei comportamenti ‘libertini’. Ma ciò, al limite, dovrebbe impedire a Silvio Berlusconi di andare al ‘Family Day’ per difendere dei ‘luoghi comuni’, come giustamente ci ha lasciato intendere Emma Bonino. Niente di più. Adesso c’è la sentenza Mills, che è tornata a ‘galla’ quando tutti quanti – e dico proprio tutti quanti – sappiamo benissimo di cosa si tratta da mesi e mesi. Ma dai, sinistra italiana: veramente non ti riconosco più! A furia di attaccarlo così, il ‘Berlusca’ me lo avete fatto diventare simpatico. Oggi mi piace: è uno che non ‘molla’ mai. E non mi pare di ricordare, in tutta la Storia dell’Italia democratica, un uomo così volenteroso, un personaggio politico così umano, sia nei suoi pregi, sia nei suoi difetti. Lo ripeto e lo sottolineo: io non la penso e non la penserò mai come lui. Tuttavia, gli debbo riconoscere che, in questo Paese, se qualcuno vuol veramente cercare di incidere con idee, progetti e programmi, anche se non condivisibili da tutti, è costretto a subirsi una ‘via crucis’ allucinante! Forse io sbaglio: sono rimasto ancorato allo stereotipo degli ‘amici – rivali’, tipo Coppi e Bartali. Tuttavia, io possiedo un’altra idea del confronto politico e della riflessione sugli interessi generali del Paese. Sono solamente un utopico? Pensatela come volete, ma non è più possibile continuare ad andare avanti con questo genere di ‘bassezze’, di ‘meschinerie’, di polemiche sollevate ad arte, che nulla hanno a che fare con i veri problemi dei cittadini. Un giorno questa guerra finirà: sarà un bel giorno per tutti quegli italiani che cercano una strada per essere felici di vivere nel nostro Paese e nella grande Europa unita. Ma il vero problema è che comincio a temere che quella strada, culturalmente parlando, non esista proprio più.
18 novembre 2008
MISURE DEL GOVERNO BERLUSCONI CONTRO LA CRISI. C'E' CHI PARLA, C'E' CHI FA!
Ottanta miliardi di euro di aiuti per le famiglie e le imprese italiane contro la crisi: Silvio Berlusconi ha confermato l'entità e la destinazione dell'intervento che il Governo, come aveva annunciato il ministro Tremonti al termine del G20 di Washington, metterà a disposizione dell'economia del Paese. "Abbiamo concordato" ha spiegato il premier "sulla necessità di riscrivere nuove regole per la finanza, far collaborare di più le istituzioni finanziarie internazionali, fare in modo che nessuno abbia voglia di protezionismo e fare in modo che la crisi non ricada sull'economia reale". Secondo Berlusconi, per far questo "occorre che le banche continuino a fare le banche, sostenendo gli investimenti degli imprenditori e i consumi dei cittadini. Le banche centrali hanno fornito tutta la liquidità necessaria e ciascun Paese provvederà a fare misure importanti a sostegno di imprese e famiglie meno fortunate".
Il presidente del Consiglio ha quindi annunciato che i leader del G20 torneranno a riunirsi fra circa 100 giorni in Giappone o in Inghilterra.
"Abbiamo restituito" ha sottolineato "credibilità all'Italia a livello internazionale. Siamo presenti in tutti i fori internazionali. Dal primo gennaio avremo la presidenza del G8, che non è stato cancellato dal G20. Ci sono infatti certi problemi che devono essere discussi dai Paesi che sono democrazie compiute, mentre altri Paesi, che fanno parte del G20, sono ancora sulla strada della democrazia". Illustrando infine l'attività del proprio esecutivo, Berlusconi ha sottolineato che il governo "ha utilizzato bene la fiducia data dagli italiani. I dati dei sondaggi sono imbarazzanti, l'ultimo è al 72%: un fatto che dice come gli italiani apprezzino lo sforzo comune. Abbiamo lavorato e stiamo lavorando con grande rigore".
Parlando poi dell'opposizione, il premier ha detto: "Siamo delusi da una sinistra che ha avuto responsabilità di governo e che oggi è diventata divisa e inconcludente, culturalmente ancora prigioniera del suo passato. Questa sinistra si è radicalizzata e si è arroccata in un'opposizione che danneggia l'Italia. E che fa dell'insulto la sua pratica quotidiana. Una sinistra che continua a fare campagna elettorale, e che sembra voler continuare per i prossimi quattro anni e mezzo".

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POLITICA
11 ottobre 2008
LIBERALI: Pensiero, Iniziativa, Azione. ORA!
Ciao!
Se vi interessa il discorso delle primarie vi invito a leggere su
www.neolib.eu l'articolo di Damiano Anselmi, autore del libro
"Convention e primarie: il sistema dei partiti governati dagli
elettori", che potete trovare in versione integrale a questo
indirizzo: http://conventionprimarie.blogspot.com/

Dopo aver letto il suo articolo gli ho inviato questa mail:

Ciao Damiano!

Stasera ho letto l'articolo e ho "sfogliato" il tuo libro sul sito da
te indicato. Volevo farti i miei complimenti e chiederti la tua
disponibilità a collaborare con noi per cercare di fare del PDL un
soggetto davvero liberale.

Come ti avrà detto Marco Faraci, stiamo ponendo il problema della
democrazia interna ai partiti.
Nel tuo articolo ti sei soffermato sulle primarie del PD. Non so se
hai seguito il dibattito che c'è in questa fase costituente del PDL:
si parla di un partito "all'americana"
, fatto di elettori e non di
iscritti.
Perché è stato fatto un passo simile? E' presto detto: FI teme che,
facendo i congressi di iscritti, tutte le cariche vengano assunte da
quelli di AN, che hanno meno elettori ma più militanti.
La soluzione prospettata (ad esempio da Verdini alla scuola di
formazione politica di Gubbio), è allucinante: nomine fatte dai
vertici del partito per tutte le cariche importanti (nazionali e
regionali) e cosiddette "primarie aperte agli elettori" per eleggere
le cariche di partito comunali e provinciali. Questo consentirebbe ai
vertici nazionali di avere un gruppo di qualche centinaio di persone
elette alle cariche locali del partito nel quale pescare per un lento
"ricambio della classe dirigente" (classe dirigente dell'apparato di
partito, non dell'amministrazione pubblica). Ovviamente le liste per
le elezioni (a tutti i livelli, da quello comunale a quello europeo)
sarebbero poi dettate del partito.

Probabilmente queste cose le sapevi già. Comunque penso che siamo
d'accordo sul fatto che ci troviamo di fronte ad una partitocrazia
peggiore di quella della prima repubblica, dove almeno uno entrando
nelle le correnti e facendosi un seguito (una clientela) poteva
sperare di entrare nella Casta. Oggi bisogna solo corteggiare qualche
potente al vertice del partito, sapendo che il vincere un congressino
(o una primaria) locale può aiutare ma di norma non basta.

Per questo il motto della nostra campagna sarà "Primarie vere,
Primarie sempre".

A questo punto vorrei farti una domanda: ritieni che sia necessaria
una legge per arrivare alle primarie?
Parlando con Peppino Calderisi (che per il PDL scrive le leggi
elettorali) lui affermava che un sistema democratico per la formazione
delle liste bloccate ci deve essere, e per lui è indifferente se
questo sistema è il congresso o le primarie. Lui sostiene che questo
processo democratico può essere fissato con l'autoregolamentazione del
partito (statuto) e (su mia domanda) ritiene ammissibile che sia una
legge ad imporlo (in Germania una legge simile c'è).
Senza illuderci, in quanto sappiamo benissimo che una simile legge
dovrebbe essere votata da QUESTO parlamento, potremmo preparare una
proposta di legge in tal senso?
In caso contrario (ossia se per te la legge non è la via
percorribile), ritieni che lo strumento sarebbe quello dello statuto
dei Partiti?

Ti ringrazio per l'attenzione,
Gionata
.............................................................................
Caro Gionata, Amiche/amici Liberali ( e dintorni!),

Sono assolutissimamente d'accordo con te, caro Gionata e come me lo sono i ns. iscritti. Per questo abbiamo lanciato l'idea COORDINAMENTO dei LIBERALI (e laica) nel PdL (e nel Centro-Destra) in cui chiamare a raccolta tutti coloro che condividono questa nostra visione e che vorrebbero un PdL-CentroDestra autenticamente Liberale. E' giunto davvero il momento di uno stretto Coordinamento tra di noi, per riuscire a cambiare il sistema dall'interno. A volte, la mia preoccupazione, è che gente come noi all'interno del nascente PdL, in specie dai vertici, poco illuminati, quasi mai eletti ma spesso "nominati",  non la vogliano e che si sia visti un po' come il fumo negli occhi o come dei "marziani". E il poco credito che ha la politica oggi sicuramente non aiuta.
Per quello che può servire, noi, pur pochi, inutile nascondercelo, ci siamo. Cerchiamo di agganciare altri amici, che delusi, hanno abbandonato non tanto il PdL ma la politica attiva. Belle menti, menti "pensanti", che ingabbiate in un partito apparentemente, per loro, sempre più lontano dall'idea Liberale ha preferito dedicarsi ad altro, sbagliando. E quegli amici che considerano il PdL l'altra faccia della medaglia, perchè assolutamente o non abbastanza Liberale.
A tutti coloro voglio dire che io/noi credo/crediamo ancora nel metodo Liberale e nella democrazia.
E li esorto a darci una mano, a combattere assieme a noi, dal di dentro, la battaglia comune in cui tutti noi crediamo: la battaglia per la Libertà, nuove regole, una nuova Italia.
Perchè tutti quanti assieme, LIBERALI e laici, riformisti e riformatori, liberristi e linbertari, uniti e compatti, ce la possiamo fare. Separati e divisi, mai più. Dunque, al lavoro, Pensiero e Azione. E Coordinamento! Non perdiamo il prossimo treno, forse l'ultimo da quì a chissà quanti anni.

Chiudo con Von Mises:
"I governi diventano Liberali quando vi sono costretti dai cittadini"!

Dunque al lavoro. ORA!

Un saluto e un abbraccio a tutti voi.


Dott. Galgano PALAFERRI
Coordinatore Nazionale

 Unione per le Libertà  
     Coordinamento  L I B E R A L I   nel   P . d . L .  (e nel Centro-Destra)
                               Costituente   per   il   "Popolo  della  Libertà                             
                                           www.upl.ilcannocchiale.it

"I governi diventano liberali solo quando vi sono costretti dai cittadini"

                                                                                                                  Ludwig von Mises



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permalink | inviato da UpL il 11/10/2008 alle 10:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
ECONOMIA
6 settembre 2008
IL TREMONTI CHE CI PIACE!
Da Camelot:

Alla ripresa dei lavori parlamentari, era scontato che il governo avrebbe preso in considerazione l’adozione di qualche nuova misura economica. Oltretutto Berlusconi, qualche tempo fa, lo aveva preannunciato.  

Tuttavia, rispetto al proposito esposto dal Premier - quello cioè di introdurre il bonus bebè e/o il quoziente familiare -, pare stia facendosi strada un’altra ipotesi, molto meno onerosa per le casse dello stato.

Come racconta Stefano Sansonetti su Italia Oggi, infatti, pare che Tremonti stia considerando la possibilità di abolire nuovamente la tassa sulle successioni (e sulle donazioni).

In proposito è doveroso ricordare alcuni fatti.

Nel 2001, il governo di centrodestra abolì il suddetto balzello.

Il quale fu riportato in vita, nel 2006. Con il decreto 262 voluto da Visco e dal governo Prodi (e chi ne dubitava).

Il decreto in questione, ha reintrodotto la tassa sulle successioni e sulle donazioni, stabilendo - per i coniugi e i figli (tanto nel caso di successioni mortis causa, quanto in quello di donazioni) -, una franchigia di 1 milione di euro. Per importi superiori, i succitati parenti devono sottostare ad un’aliquota del 4% (non si considera per ragioni di brevità, qui, le aliquote che si applicano agli altri gradi di parentela).

Bene. Quanto frutta tutto ciò all’erario?

Dal punto di vista della finanza pubblica, una miseria: 340 milioni di euro l’anno (arrotondati per eccesso).

Stante il modesto introito prodotto dalla death tax nostrana, dunque, Tremonti ha incominciato a considerare l’eventualità di abolirla.

Anche perché, il costo dell’introduzione del quoziente familiare - cui Berlusconi ha fatto riferimento -, s’aggira sui 5 miliardi di euro (importo arrotondato per difetto).

Soldi in cassa non ce ne sono, però. Dunque, pur di ridurre un poco l’oppressione fiscale, meglio abolire l’imposta sulle successioni, che il nulla.

Ovviamente, l’intervento in questione si presterebbe agli attacchi dell’opposizione. Già noti in anticipo, perché scontati (tenuto conto del modesto modo di argomentare, che è proprio della minoranza).

E’ ipotizzabile che lorsignori del Pd e dell’Idv, inveiscano: “Si tratta di un intervento a favore dei ricchi. Anche perché già oggi, per importi fino al milione di euro, non si paga alcunché”.

Argomenti stucchevoli, ovviamente. Stucchevoli perché, come s’è detto, l’abolizione della death tax avrebbe un costo irrisorio, per l’erario (in termini di minori introiti). Dunque la sua sopravvivenza, non avrebbe alcun senso pratico o utilità. Se non quella di rappresentare una forma di vendetta morale, diciamo così, proficua solo per i sostenitori dell’odio di classe e dell’invidia sociale.

Motivazioni, queste, prive di ragionevolezza.

Il governo, dunque, può procedere senza timore. E abolire l’odioso balzello in questione.

____________________________

Ecco, questo è il Giulio che ci piace, un po' meno quando fa il "dirigista" o, peggio, lo statalista, rinnegando le leggi di mercato, ma si sa, noi siamo LIBERISTI ad oltranza, controcorrente, sempre!

(Ma BOSSI che sta combinando, anche lui improvvisamente pro-tasse? Reintrodurre l'ICI? Ma è fuori di melone? Com'è starno il mondo, davvero strano!)

Ma mai con le sinistre, lontane anni luce dai nostri principi e che, con il loro operato, hanno portato il paese alla deriva e quasi alla fame. Grazie Prodi, D'alema, Bertinotti, Diliberto.......!

<UpL>


politica interna
31 agosto 2008
SILVIO BERLUSCONI intervistato da TEMPI"
Presidente, nonostante l'Italia ereditata da Prodi e la congiuntura internazionale sfavorevole, gli osservatori indipendenti concedono al Berlusconi IV una certa chiarezza di idee e un carattere assai decisionista. Su Napoli, sicurezza e giustizia state rispettando le promesse fatte agli elettori. Ha qualcosa di cui rimproverarsi, da correggere alla ripresa di settembre?
In tutta sincerità, vedo soltanto numerose buone ragioni per essere soddisfatti dei risultati conseguiti. Come lei giustamente ricorda, questo governo in poche settimane, e nonostante la difficile situazione ereditata, ha posto mano a riforme importanti per il rilancio dell'economia e per la sicurezza dei cittadini, così come ha dimostrato di saper lavorare con efficacia su problemi concreti, primo fra tutti la tragedia dei rifiuti a Napoli. Certo, sarebbe un atto di presunzione affermare che nulla possa essere migliorato. L'esperienza stessa del funzionamento della macchina di governo può suggerire aggiustamenti in corso d'opera. Ma sinceramente si tratta di dettagli. La verità è che abbiamo mantenuto gli impegni assunti con gli elettori, approvando 41 provvedimenti di cui molti sono già stati tradotti in legge dal Parlamento, grazie a un governo determinato, che fa un ottimo gioco di squadra, davvero un'altra cosa rispetto al litigioso governo Prodi, e a una maggioranza molto coesa, senza che nessuno remi contro come ci è accaduto in passato.
Nessun politico, men che meno l'ottimista per antonomasia, vorrebbe che in cima a un'intervista si parlasse dell'uragano che ha investito l'economia internazionale. Ma, ammettiamolo, è la preoccupazione che sta in cima al pensiero degli italiani al rientro dalle ferie. Nessuno ha il coraggio di nominare quella parola: "recessione". Non crede che bisognerà cominciare a chiamare col loro nome le cose (mutui alle stelle, fallimenti di banche, stagnazione della produzione, crollo dei consumi) della crisi finanziaria internazionale che investe anche l'Italia?
Con il pessimismo non si va da nessuna parte, e io non conosco nessuno che abbia realizzato qualcosa di importante nella vita senza essere sorretto dall'ottimismo. Dobbiamo conservare questa filosofia del fare anche di fronte alle difficoltà dell'economia internazionale, che sono preoccupanti e hanno ragioni precise. Due miliardi di persone, in Cina, India e Russia, sono entrate da poco sul mercato globale e per migliorare il loro tenore di vita stanno facendo salire la domanda di petrolio, di materie prime e di derrate alimentari, con un forte rialzo dei prezzi su scala mondiale. Questo si riflette pesantemente sulla nostra economia e sui bilanci delle famiglie. Non è stato un caso se, fin dalla campagna elettorale, sono stato chiaro: le condizioni non ci consentono miracoli. Il Pil non cresce, il gettito dell'Iva è diminuito del 7 per cento, segno di un calo degli affari e dei consumi: abbiamo il terzo debito pubblico del mondo senza essere la terza potenza economica. Per restare in Europa avevamo due strade, aumentare la pressione fiscale o tagliare la spesa pubblica. Abbiamo scelto la seconda strada, per arrivare al pareggio di bilancio entro il 2011 senza mettere le mani nelle tasche dei cittadini. Ma ora non bisogna neppure commettere l'errore di ingigantire i problemi. Sento parlare da più parti di un "nuovo 1929": ma chi dice queste cose si ricorda cos'è stato il 1929, in America? Suicidi a catena di imprenditori ridotti sul lastrico, assalti agli sportelli delle banche, file di disoccupati per le strade, molte persone ridotte letteralmente alla fame. Qualcuno può seriamente affermare che stia succedendo qualcosa di simile? Credo che sia onesto dire la verità alle persone, e la verità sulle condizioni economiche italiane e mondiali non è molto piacevole. Seminare il panico invece non solo non è onesto, ma è controproducente, perché il panico ha esso stesso un effetto depressivo sul ciclo economico. In ogni caso, dobbiamo lavorare di più, perché in Italia si lavora poco: da noi lavorano 4 persone su dieci, contro le 5 su dieci in Europa e le 6 su dieci negli Stati Uniti.
Il governo ha già varato alcuni provvedimenti: la detassazione degli straordinari, un innovativo Dpef triennale, la cosiddetta Robin tax, la convenzione con le banche sui mutui. Cosa dimentichiamo e cosa dobbiamo aspettarci di nuovo dal suo governo su questo fronte, cioè sui provvedimenti per le famiglie e i singoli cittadini italiani, i cui redditi reali sono fermi da quindici anni mentre l'inflazione è al 3,8 per cento?
Dimentica, per esempio, la cancellazione dell'Ici sulla prima casa, che riguarda l'80 per cento delle famiglie italiane. La casa in proprietà non è un lusso, è un bene primario spesso frutto dei sacrifici di una vita di lavoro. Per questo stiamo rendendo operativo il Piano casa per le giovani coppie, con la costruzione di alloggi standard che avranno una rata di mutuo inferiore ai canoni di mercato. Dimentica anche la carta prepagata per le spese dei più indigenti. Potrei continuare. Ma naturalmente - per venire alla seconda parte della sua domanda, che riguarda il futuro - c'è molto altro da fare, per aiutare le famiglie: per esempio, il bonus bebé e l'introduzione del quoziente familiare, che si tradurrà in una fiscalità più vantaggiosa per i nuclei familiari più numerosi. Sul piano strutturale abbiamo avviato anche un serio programma di liberalizzazioni, da realizzarsi con il consenso e il contributo delle categorie interessate: vogliamo liberalizzare non in base ad astratti schemi ideologici, ma laddove concretamente più concorrenza significhi migliori servizi a prezzi più bassi. Anche questo è un modo per tutelare il potere d'acquisto dei cittadini.
Lei ha annunciato che dopo l'estate il governo si concentrerà principalmente su tre grandi riforme: federalismo fiscale, giustizia e legge elettorale per l'Europa. Ci può anticipare qualche contenuto di questi provvedimenti e le sue personali valutazioni per ciascuna di queste tre riforme in cantiere?
Due di queste grandi riforme, quella sul federalismo fiscale e quella della giustizia, sono destinate a cambiare profondamente il volto del nostro paese. Il federalismo fiscale significa portare l'imposizione e la spesa il più vicino possibile ai cittadini. è il vero federalismo: forse pochi si rendono conto di come questo cambierà davvero le regole e le abitudini della vita pubblica nel nostro paese. Sarà la più grande riforma della vita pubblica italiana realizzata dal dopoguerra ad oggi. Quanto alla giustizia, si tratta di mettere in pratica molte delle idee di Giovanni Falcone: separazione dell'ordine degli avvocati dell'accusa dall'ordine dei magistrati, indirizzo dell'azione penale superando l'attuale ipocrisia della finta obbligatorietà, criteri meritocratici nella valutazione del lavoro dei magistrati. Vogliamo valorizzare i tanti magistrati seri, che svolgono il loro lavoro in modo coscienzioso, con spirito di sacrificio e spesso rischi personali. Purtroppo il loro lavoro è offuscato da pochi altri che, per pregiudizio ideologico unito a smania di protagonismo, proiettano con comportamenti deviati un'immagine distorta della magistratura italiana. Noi siamo dalla parte dei magistrati, non delle frange ideologizzate e giustizialiste. Quanto alla riforma della legge elettorale europea, serve a rendere queste elezioni più omogenee alle altre: non ha senso che il cittadino ogni volta che si reca alle urne debba fare i conti con un sistema elettorale diverso. Su tutto questo vogliamo intervenire, anche per dare il giusto valore all'appuntamento elettorale per l'Europa.
Ha avuto concreti segnali distensivi dall'opposizione? Registra una qualche ripresa di volontà di dialogo su questi temi?
I segnali che vengono dall'opposizione sono come sempre contraddittori. E francamente l'esercizio di decifrarli non mi appassiona più di tanto. Dico solo che per dialogare bisogna essere in due e che il rapporto deve essere improntato a una lealtà e a un rispetto che francamente non vedo dall'altra parte. So comunque che nell'opposizione ci sono molte persone responsabili interessate quanto noi a riformare profondamente questo paese.
Se l'opposizione non vi seguirà andrete avanti lo stesso? In altre parole, farete la riforma federale, quella della giustizia e quella elettorale con o senza l'opposizione?
Certamente e inevitabilmente. Ma non voglio credere che il Pd si sottrarrà davvero ad un confronto serio su questi temi. Certificherebbe la morte del suo progetto riformista e si troverebbe, paradossalmente, a fare da ruota di scorta a Di Pietro, a Grillo, ai girotondini.
Il Pd prosegue nella raccolta di firme e conferma la manifestazione di ottobre contro il governo. Come giudica sin qui la leadership e le mosse di Veltroni?
Molto deludenti. Avevo sperato davvero che la gestione Veltroni significasse l'apertura di una stagione nuova della politica italiana. Invece la sudditanza psicologica e politica del Pd verso le frange giustizialiste è sconcertante. Credo di non essere il solo deluso in questo da Veltroni. Credo che altrettanto delusi siano molti dei suoi sostenitori. Lei mi domandava al principio di questa conversazione se vi fosse qualcosa di cui mi sono pentito. Ecco, forse l'unica cosa è di aver dato troppo credito alla speranza di dialogo e a questa speranza non ho voluto rinunciare sino all'ultimo. Peccato, per la sinistra e per la democrazia italiana.
Crede che la parte più ragionevole dell'opposizione riuscirà a isolare Antonio Di Pietro o pensa che il "partito delle manette" sia destinato a cannibalizzare il Pd?
Spero ardentemente che la parte più ragionevole dell'opposizione sappia ribellarsi a questa deriva. Ma non vedo ad oggi segnali molto incoraggianti, per il momento.
Barack Obama è venuto in Europa ma non è andato a stringere la mano del supporter che gli ha scritto la prefazione dell'autobiografia. Lei non è Walter Veltroni e probabilmente tifa John McCain. Ma dica la verità, su chi scommetterebbe per le presidenziali di novembre?
Personalmente non esprimo preferenze: ritengo sarebbe del tutto inopportuno che il presidente del Consiglio italiano entri nel dibattito elettorale interno di un grande paese amico ed alleato come gli Stati Uniti. Quale che sia la scelta degli elettori americani - e i sondaggi dicono che è tutt'altro che scontata - sono certo che i fondamentali della politica estera americana non cambieranno. Un grande paese come gli Stati Uniti non viene meno alla sua vocazione internazionale perché cambia un presidente. Da questo punto di vista la vittoria di Obama porterebbe la sinistra italiana ad una condizione davvero paradossale. Dovrebbero appoggiare, poiché compiute da Obama, le stesse scelte che hanno condannato ferocemente quando le ha fatte Bush. Per noi invece, che siamo davvero amici dell'America, cambierebbe ben poco.
Quando lei rese nota la lista dei suoi ministri fece storcere il naso anche a tanti suoi fan e politici del suo schieramento. L'opposizione ironizzò parlando di un "governo protesi di Berlusconi". Pare che avesse ragione lei, visto il dinamismo della sua compagine. Prevede aggiustamenti, rimpastini, new entry per le sfide dell'autunno?
Squadra che vince non si cambia, semmai si rafforza. E noi direi che stiamo cominciando a vincere una partita molto difficile. Sono molto soddisfatto della squadra di governo, che - lo dicevo anche prima - è molto determinata e coesa, soprattutto sono convinto che i ministri più giovani stiano dando un'ottima prova. Tutti i ministri, nessuno escluso, sono consapevoli della comune responsabilità e si stanno impegnando al massimo.
Lei è consapevole che la Lega è un partito pronto ad alleanze variabili perché Bossi è forte su base territoriale e, diciamo così, ha costruito un "partito di scopo". Crede a una possibile evoluzione della Lega o il Pdl si dovrà attrezzare per l'autosufficienza?
Il rapporto tra noi e la Lega è forte e consolidato: non è un'alleanza tattica né semplicemente numerica; la Lega esprime esigenze complementari a quelle di chi vota per noi, i valori di riferimento sono comuni e i programmi sono omogenei. Il federalismo fiscale non è solo un tema della Lega, la riforma della giustizia non interessa solo noi. La Lega esprime, con un linguaggio diverso dal nostro, e ponendo l'accento su alcuni temi, lo stesso progetto politico che ci ispira. E poi c'è l'eccellente rapporto personale che mi lega a Umberto Bossi: sulla cui amicizia e lealtà non ho alcun dubbio. In prospettiva, vedo per la Lega un ruolo complementare al nostro, un rapporto che almeno in parte potrebbe somigliare a quello che unisce in Germania Cdu e Csu.
Qualche rumor si avverte intorno alle presidenze delle Regioni Veneto e Lombardia. Pensa di portare Galan e/o Formigoni a Roma?
Galan e Formigoni oggi stanno svolgendo un compito prezioso alla guida di due delle più importanti regioni italiane. Per questo ho chiesto loro di rinunciare al mandato parlamentare e di continuare il loro lavoro. Ipotecare oggi il futuro significherebbe indebolire la loro azione. A tempo debito, con Umberto Bossi - e naturalmente in accordo con gli interessati - troveremo la soluzione migliore per tutti, e prima di tutto per i veneti e i lombardi, che hanno avuto in questi anni e meritano di avere in futuro una classe dirigente al più alto livello.
In campagna elettorale si dichiarò "anarchico" sui temi cosiddetti "etici". In realtà poi il calore umano reciproco e la coincidenza di vedute emersi nel suo incontro col Santo Padre hanno dato l'impressione - come in seguito si è visto anche nella sua posizione molto determinata sul caso Eluana Englaro («Le leggi le fa il Parlamento non i giudici») - che il suo governo non promuoverà nessuno dei provvedimenti zapateriani che vengono caldeggiati dalle élite di Bruxelles. E' così?
Ho una visione molto diversa da quella del mio collega spagnolo su questi temi. Per la verità non mi sono neppure mai dichiarato "anarchico" in materia etica. Ho semplicemente definito, con un paradosso scherzoso, "anarchica" la linea del Popolo della Libertà, in quanto sempre ispirata in queste materie alla libertà di coscienza. Non si può fare riferimento in questo campo a una rigida disciplina di partito. E in effetti esistono, nel Pdl, alcune persone che in questo campo hanno opinioni differenti da quelle della stragrande maggioranza dei nostri parlamentari e dei nostri militanti. La loro è una testimonianza minoritaria, che non condivido, ma che rispetto. Detto questo, è del tutto evidente che non permetteremo mai alla magistratura di esercitare una supplenza rispetto al potere legislativo, cosa che alcuni magistrati tendono a fare su questo come su altri temi. L'incontro con il Santo Padre è stata un'esperienza arricchente. Benedetto XVI passerà alla storia come uno dei grandi pontefici dell'era moderna. è un uomo di un fascino intellettuale e umano straordinario. Un grande punto di riferimento per tutti, credenti e non. Con lui condivido pienamente l'idea della sacralità della vita, in ogni suo aspetto e in ogni suo momento. E da uomo di governo mi considero profondamente impegnato a tutelarla.
Lei ha confermato al Santo Padre «la priorità attribuita dal governo italiano ai valori di libertà e tolleranza e alla sacralità della persona umana e della famiglia». Vuol dire che ha in previsione concreti provvedimenti a sostegno della vita e della famiglia intesa come uomo e donna, contro la piaga dell'aborto e contro ogni tipo di eutanasia, evitando anche una legge sul testamento biologico?
Certo, e fra i primi atti del nostro governo ce ne sono già alcuni importanti in questo senso. Ma molto è ancora da fare. Credo sia dovere di tutti, per venire al concreto, agire perché la legge 194 sia applicata anche e soprattutto nelle parti orientate all'aiuto alla vita, finora trascurate. Credo che più in generale dovremo lavorare tutti, laici e cattolici, per rimuovere le cause economiche, culturali e sociali che inducono le donne ad abortire. Ogni aborto è una tragedia, una vita che si perde, una sconfitta per la società.
Volendo provocare il suo carattere agonistico ci verrebbe da chiederle se, viste le condizioni in cui si trova l'opposizione, non ha pensato di invitare a Villa Certosa anche Carlo De Benedetti, tessera numero uno del Pd e che tanto si diede da fare per portare le sinistre al governo («Senza i nostri giornali oggi la sinistra non sarebbe al potere» raccontò a Federico Rampini nel 1997, nel libro-intervista Per adesso). Cosa direbbe all'Ingegnere se oggi fosse qui a conversare con noi?
Cercherei di capire come possa un imprenditore con una coscienza sociale - e indubbiamente De Benedetti è un imprenditore di prim'ordine - continuare a sostenere politiche che si sono rivelate catastrofiche per l'impresa, per i lavoratori, per l'economia italiana nel suo insieme. Ma sono anni che io tento di capirlo e che lui prova a spiegarlo ma senza risultato.
Se la interrogassero semplicemente in qualità di esperto e le chiedessero quali correzioni apportare alla vendita del marchio e della politica Pd, cosa consiglierebbe?
Direi una cosa persino banale: che vendere un prodotto vecchio, già fuori mercato, puntando solo su una confezione nuova e accattivante, può funzionare per breve tempo. Ma il consumatore non è stupido, si accorge presto di essere preso in giro, e si disaffeziona a quel prodotto in modo definitivo. L'elettore non è meno accorto del consumatore, in Italia. Da Obama, o da una qualunque sinistra europea, a loro scelta, dovrebbero prendere non gli slogan, ma il coraggio intellettuale e politico.
Il suo antimercatista e fine colbertista ministro Giulio Tremonti dice che siamo alla fine di un mondo e che è «più morale» investire sulla produzione reale che sui future. Cosa può significare, concretamente, tutto ciò per l'economia italiana?
Potrebbe significare che il capitalismo italiano diventa meno finanziario e più industriale. Io ho sempre creduto che fare l'imprenditore significasse prima di tutto costruire qualcosa, e poi eventualmente occuparsi degli equilibri della grande finanza. Molti imprenditori italiani hanno pensato, al contrario, che il controllo del "salotto buono" della finanza fosse più importante che investire nei prodotti migliori e nei processi innovativi. Questa è stata una delle grandi debolezze del capitalismo italiano. La creazione della ricchezza viene prima della divisione della ricchezza. Questo è un principio che la sinistra ha sempre dimenticato, ma che anche il mondo imprenditoriale in passato ha sottovalutato. Oggi non possiamo più permettercelo.
Luigi Amicone, Tempi, 28/08/2008

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